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L'Abatino è diventato nonno. Berruti ha festeggiato gli 80 anni

Una recente ricorrenza per Livio Berruti al Coni a Roma col regalo del presidente Malagò e di Lentini, presidente del Cusi

Era venuto diverse volte al Panathlon,ospite del nostro Club nel quale aveva molti amici. E ogni volta era una bella festa. Avremmo voluto essere con lui oggi, giorno del suo 80° compleanno ma chissà quanti amici aveva attorno

L’Abatino è diventato uomo. Anzi nonno. Oggi Livio Berruti (Torino 19 maggio 1939) fha festeggiato l’80° compleanno. Il tutto con numerosi anniversari perchè il ’69 fu per lui ricco di soddisfazioni e di record portando a 20”7 il record italiano dei 200 e conquistando tre ori all’Universiade di Torino, nei 100, 200 e nella staffetta. Per diventare campione olimpico l’anno dopo a Roma, dopo una partenza falsa, primo olimpionico non nordamericano nella storia. Sul traguardo c’era un cronometrista parmigiano, Ettore Cavazzoni: in tribuna stampa tre grandi giornalisti nostrani, Silvio Ottolenghi, Giulio Cesare Turrini e Bruno Raschi. Poteva essercene un quinto di Parma, Vittorio Adorni, se non fosse finito ingiustamente fra le riserve della squadra di ciclismo che avrebbe poi trionfato. Non era ancora famoso Berruti quando nel ’65 diventammo dirimpettai a Torino: mia moglie, aprendo la finestra salutava la mamma di Livio nella casa accanto.

Il crescendo wagneriano di Berruti seguiva la carriera di Brera che avrebbe coniato per lui quel termine, abatino, per poi traslocarlo nel calcio per Rivera. Quando l’atletica leggera era un mistero poco glorioso , masticava poco fra gli appassionati come confidava lo stesso Brera in un ricordo di Claudio Rinaldi: “ Ho sopportato per un paio di anni i sarcasmi degli atleti.... Ho studiato atletica come per una tesi di laurea...Ero il cronista dapprima ignaro ma sufficientemente umile per ascoltare chiunque mi potesse insegnare qualcosa. Venivo dal calcio, dal pugilato e dal paracadutismo. E’ quasi ovvio che io ricordi con profonda gratitudine tutti coloro che mi hanno insegnato a capire lo sport più sinceramente umano e dunque più ricco di fascino”. Intanto Berruti studiava l’atletica in pista dando modo così a Brera di festeggiarlo con parole immortali nel giornalismo: “ Furono dieci secondi così tormentosi da stupirmi ancora adesso di averli potuti superare. Infine scorsi il filo di lana tendersi sul suo petto e Berruti cadere. E forse baciare la terra, e il pubblico urlare per lui che aveva vinto. Carney, gigantesco negro d’America, l’ha spuntata su Seye, un negro del Mali che corre per la Francia. Il bianco Fojk è quarto. I negri Johnson e Norton a chiudere la marcia ma sotto i 21”. Tutto il fior fiore dello sprint battuto in breccia da un ragazzino italiano di 21 anni, un abatino settecentesco con l’erre arrotata, un farmacista...”. L’Abatino-Berruti precede l’Abatino-Rivera, di nuovo l’atletica leggera apre l strada al football, fornendo i materiali che l’inesauribile fucina inventiva di Brera riverserà successivamente nelle cronache dello sport più popolare per gli italiani.

Quando trent’anni fa venne a Parma, ospite del Panathlon per la prima volta, al Castello di Torrechiara, il traguardo degli 80 anni sembrava lontanissimo vedendo quel ragazzo che sembrava avere fatto un patto con la dea della giovinezza. Era il 25° anniversario del Club e con Berruti c’erano alcune grandi firme dello sport: Ercole Baldini, Nino Benvenuti, Piero Gros, Edoardo Mangiarotti, Francesco Moser, Adriano Panatta, Lea Pericoli, Celina

Seghini: un parter de roi avrebbe scritto Gianfranco Bellè. Ritornò dieci anni dopo, nel ’99 quando ci fu il passaggio della presidenza fra Gianfranco Beltrami e Vincenzo Vernizzi. Sempre felice di tornare a Parma, fra gli amici del Cus e del Cusi come Artemio Carra, Enrico Bordi, Ruggero Cornini

 

 

 

 

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