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Don Sergio nel ricordo di Mario Salvini della Gazzsport. Un Prete per tutti

"Aveva così tanto buonsenso, conosceva così bene la vita, che ti veniva da pensare che fosse uno strano prete- ha scritto sulla sua rubrica della Gazzetta dello sport e anche per il sito della Federbaseball, Mario Salvini, giornalista parmigiano "strajè pr'al mond".  Troppo simile a noi, e al tempo stesso infinitamente più profondo e saggio. Sarebbe piaciuto molto a Candido Cannavò, che se lo avesse conosciuto lo avrebbe raccontato nei suoi Pretacci. La raccolta di racconti in cui quell’ apparente dispregiativo diventa un’aureola. Ma la verità è che Don Sergio era il più prete di tutti. Perché era un vero padre. Capace, quando ce n’era bisogno, di essere anche uno di noi. Talmente tanto che una volta uno dei nostri girò il bastone, mancò la palla e fu un attimo tirare in ballo Nostro Signore. Imbarazzo. Don Sergio aveva sentito. Silenzio generale. E qui bisogna ricorrere alla leggenda, secondo la quale, tramandata nei decenni sui . 

diamanti: " La Madonna sportiva non conta". Don Sergio Sacchi conosceva le nostre debolezze e dava valore ai nostri pregi, anche minimi. Che abbia indirizzato al baseball i più vecchi, e di conseguenza tutti noi cresciuti nel loro mito, è poi un meraviglioso di più. Per vecchi intendo Giorgio Castelli, Claudio Cattani, Claudio Corradi. Ha insegnato a loro e indirettamente a noi tutti, che abbiamo imparato a modo nostro, ognuno come e quanto ha potuto. E poi nel campetto dietro alla sua chiesa di Santa Maria del Rosario, in via Isola, ha costruito la sua scuola: l’Astra, la sezione baseball di una storica società si calcio.  Chi ha indossato la pruriginosa divisina grigia con la A nera maiuscola sul cuore potrebbe raccontare mille storie sul Don. Pruriginosa, sì. Ma non nel senso che immaginate: eravamo bambini e giocavamo in parrocchia. Pruriginosa in senso letterale: era una divisina di flanella grezza, non c’era sottocasacca che resistesse: il suo tessuto abrasivo oltrepassava tutto. E pungeva. Provate a giocare così a luglio senza grattarvi. Poi, mentre quelli del calcio giocavano con mirabili maglie che sembravano repliche di quelle della Sampdoria (era il marchio di fabbrica dell’Astra), per noi del baseball sarebbero arrivate quelle dei Pittsburgh Pirates, con tanto di cappellino giallo con la P nera: Parma. Solo che non lo sapevamo: la MLB era una galassia lontana e misteriosa. Per la generazione successiva alla mia avrebbero persino tracciato le corsie e il monte in terra rossa, sul campetto di Santa Maria del Rosario. Probabilmente l’unica parrocchia d’Italia con un diamante al posto del campo da calcio. In mezzo tanti scudetti e la vita di un quartiere. Un quartiere popolare, di gente che lavorava ai cui figli Don Sergio aveva dato una passione. E molto di più. A tutti, ogni giorno, ha dato sorrisi e buonsenso. Cioè una lezione di vita. Il buon esempio, che è poi il messaggio di fede più grande che un sacerdote possa dare ai suoi ragazzi, alla sua gente. Don Sergio lo faceva spesso – quasi sempre – in dialetto. Magari con una battuta, con una di quelle bonarie stroncature che riporterebbero sulla terra un astronauta. Parmigianità pura. E anche questo è stato un insegnamento. Un richiamarci non tanto alle radici, ma al buonsenso, alla semplicità. C’era sempre. Don Sergio Sorrideva e confortava tutti.  È stato un amico e una guida per i suoi parrocchiani. E per tutta Parma del baseball. Guida, esempio, presidente onorario. E lo sarà sempre. Col sorriso che aveva quella sera del 2010 mentre sul monte lanciava la prima palla di gara-7 di finale, nella notte in cui i suoi ragazzi hanno vinto lo scudetto della stella.

 

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